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Psicoterapia e Mediazione Familiare

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Inconscio

 

            La nozione di inconscio può essere fatta risalire al filosofo e matematico Leibniz (1646-1716) il quale notò che il rumore del mare non è “percepibile” onda per onda, ma tutto assieme. I rumori delle singole onde non vengono “appercepiti”: li sentiamo senza esserne coscienti. Siccome tutti selezionano inconsapevolmente le percezioni, ognuno sentirà il mare a  modo suo. La realtà non è quindi un semplice dato di fatto, ma il frutto del nostro modo di vedere le cose. Questo concetto è poi stato ripreso dai filosofi Wolf (1679-1754), Kant (1724-1804),  Schelling (1775-1854), Shopenauer  (1788-1860), Bergson (1859-1941) e, ovviamente, da Freud (1856-1939).

          Noi possiamo immaginare l’inconscio modernamente come un sistema operativo che "elabora" a nostra insaputa moltissimi dati proiettando, sul “desktop” della nostra coscienza, una immagine del mondo in base alla quale interveniamo. Questo sistema operativo dell’inconscio è quindi il programma di base di tutte le funzioni psichiche. Esso viene "caricato" sull’ “hardware” della rete neurale principalmente dalle persone che si prendono cura di noi durante il nostro sviluppo. La rete neurale letteralmente si struttura sulla base dei modelli forniti principalmente dalla famiglia cosicché, quando il "caricamento" del sistema operativo psichico sarà completato, il giovane avrà un suo carattere pressoché definito, una sua visione del mondo e sarà pronto o meno ad affrontare la vita. Un buon genitore è quindi un abile “programmatore” capace di fornire ai propri figli dati affettivi e cognitivi positivi e coerenti, tali da renderlo abile nel compiere, anche da adulto, le “operazioni” tipiche della sua vita privata e di relazione. 

           Se, viceversa, l'ambiente di crescita non sarà stato adeguato alle necessità dell'individuo, questi andrà incontro a delle difficoltà future che non avrebbero dovuto altrimenti metterlo in crisi: nel lavoro, nelle relazioni, negli affetti. Si crede, a torto, che si possa superare la crisi intervenendo sulla sola "funzione" inabilitata. E' il caso delle terapie mirate al sintomo le quali presumono di superare crisi per la verità più profonde rimuovendo il solo ostacolo contingente. Ma se è piuttosto il sistema operativo stesso a recare il difetto e a rendere inagibile l'applicazione, è su quello e non già su quest'ultima che si rende necessario l'intervento psicoterapico.

           Si tratta di una riscrittura dell'inconscio accedendo, dato per dato, a ogni possibile nozione acquisita, comprendendo gli errori di procedura malauguratamente occorsi nelle esperienze formative e risolvendoli attraverso la proposizione di altre esperienze integrative o correttive, tali da consentire non solo il superamento della condizione di stallo, ma di avviare il soggetto a una più completa fruizione delle proprie funzionalità.

           La psicoterapia consiste appunto in questa riformulazione dell'operatività inconscia attraverso la presa di coscienza e la messa in pratica di nuovi criteri e valori operativi, allo scopo di riconquistare il benessere e sviluppare appieno le proprie potenzialità.

 

 

 

Mediazione Analitica

 

            La mediazione è un metodo di risoluzione dei conflitti con il quale il mediatore aiuta due o più contendenti a trovare un accordo soddisfacente. Si ricorre alla figura neutrale del mediatore quando le parti hanno difficoltà a comunicare per fattori emotivi, quali ad esempio la collera o il risentimento, che impediscono dei rapporti equilibrati.

            La mancanza di comunicazione ha un effetto disgregante specie all’interno della famiglia o nella coppia, laddove i rapporti  più stretti ed intensi rendono gli attriti più dolorosi. È generalmente  il membro più fragile a cedere. Spesso egli arriva ad ammalarsi, ma la sua sofferenza non va affrontata in termini medicali, quanto piuttosto va ricondotta  a quelle forme di rapporto malsane che vanno diagnosticate e curate nell’interesse comune. In questi casi, quando cioè si affronta il problema della sofferenza psichica, si parla di terapia familiare  oppure di coppia.

            La   mediazione analitica consiste invece in una modalità di intervento da noi codificata  che coniuga la tecnica di risoluzione di un conflitto, tipica della mediazione, all’analisi delle cause profonde del  disaccordo, proprio come si fa nella terapia familiare o di coppia.

            Spesso, infatti, i contrasti si aprono tra le persone per motivi di inconciliabilità caratteriale se non si affrontano i quali le incomprensioni possono riaprirsi, in futuro, anche per altri motivi. La mediazione analitica si rivolge a tutti quei conflitti dove non sia ancora comparso l’aspetto clinico della sofferenza psichica, ma nei quali sia altresì necessario, per il persistere futuro dei rapporti tra le parti, evitare scontri sulla base di una più approfondita conoscenza di se stessi e dell’altro.

 

 

Disturbi Psicosomatici

 

            I disturbi psicosomatici sono disturbi fisici che non hanno un’origine organica, ma che sono espressione di un disagio psicologico. Pur non avendo una precisa eziologia medica, essi non sono disturbi immaginari, ma sono delle vere e proprie malattie che comportano danni a livello fisico. Infatti, la mente può esercitare sul corpo effetti negativi.

            Attraverso il sistema nervoso autonomo, che regola in automatico le funzioni di base del nostro organismo, le condizioni di stress emotivo mettono anche il corpo in tensione, a volte per un tempo più lungo di quello che l’organismo è in grado di sopportare. I pensieri troppo angosciosi, quindi, possono mantenere il sistema nervoso autonomo in uno stato di attivazione persistente il quale può provocare dei danni agli organi più deboli.

                Disturbi di tipo psicosomatico possono manifestarsi nell’apparato gastrointestinale (gastrite, colite ulcerosa, ulcera peptica), nell’apparato cardiocircolatorio (tachicardia, aritmie, cardiopatia ischemica, ipertensione essenziale), nell’apparato respiratorio (asma bronchiale, sindrome iperventilatoria), nell’apparato urogenitale (dolori mestruali, impotenza, eiaculazione precoce o anorgasmia, enuresi), nel sistema cutaneo (psoriasi, acne, dermatite atopica, orticaria, secchezza della cute e delle mucose o sudorazione profusa), nel sistema muscoloscheletrico (cefalea tensiva, crampi muscolari, torcicollo, mialgia, artrite, dolori al rachide, cefalea nucale), nell’alimentazione (iperfagia, anoressia e bulimia) e persino a carico delle difese immunitarie (infezioni ricorrenti, displasie, neoplasie).

            È come se il “sistema psichico”, incapace di mettere a fuoco un problema, lo delegasse al “sottosistema del corpo”, il quale lo traduce in un sintomo con la speranza che venga trovata almeno una soluzione medica. Colpisce, infatti, il simbolismo di certi equivalenti psicosomatici: affezioni cardiache nel caso di problemi affettivi, cefalee al posto di dubbi o sospetti, coliti per questioni difficili da digerire, crollo delle difese immunitarie quando si è rinunciato a vivere. La conversione in sintomo può essere così completa che il paziente non è assolutamente in grado di guardare al di là di esso, perché la sua vita ne è completamente assorbita. La conseguenza è il gran numero di interventi medici ai quali si sottopone, inutili se non addirittura dannosi.

            Si tratta di un equivoco semantico: il paziente confonde il simbolo, cioè il sintomo, con il significato, ovvero il problema da esso rappresentato e interviene su quello piuttosto che su quest’ultimo. Rinunciando così alle sue capacità logico-deduttive, egli torna ad essere un poco bambino, regredisce cioè a un periodo della vita nel quale tutte le principali esigenze si riducevano a bisogni corporei che prontamente venivano soddisfatti da una madre benevola. Questa madre soccorrevole viene di volta in volta identificata con un parente, un amico, un medico; tutte figure con le quali il  soggetto finisce con l’intessere relazioni morbose e ambivalenti.

            Per poter uscire da questa spirale involutiva è necessario liberarsi dall’equivoco che un problema scaricato sul corpo possa essere qui risolto piuttosto che all’origine. Infatti, l’intervento medicale legittima lo stato regressivo del paziente e asseconda la conversione, rafforzando il sintomo anziché curandolo. È invece necessario che il paziente venga aiutato a capire che il suo disagio fisico non è che il tentativo estremo di tradurre in termini leggibili e solo apparentemente gestibili una sofferenza più profonda, spesso riferibile a un quadro di ansia o di depressione.

 

 

Anoressia e Bulimia

 

            L’anoressia è un disturbo dell’alimentazione caratterizzato da una costellazione di sintomi: rifiuto di mantenere il peso corporeo entro i limiti definiti normali per l’età e per la statura, paura di diventare grassi anche quando si è magri, alterazione dell’immagine corporea, cioè del modo in cui ci si vede, eccessiva importanza data alla forma fisica per l’autostima e, nelle donne, comparsa di amenorrea, cioè assenza di almeno tre cicli mestruali consecutivi.

            Per mantenere o ridurre il peso, si può fare semplice ricorso a restrizioni alimentari, digiuno, esercizio fisico oppure impiegare diuretici, lassativi, enteroclismi o addirittura procurarsi il vomito, soprattutto dopo le abbuffate. Sopraffatti dal senso di fame, specie nottetempo, si può infatti cedere e ingurgitare molto più cibo di quanto non potrebbe mangiare la maggior parte delle persone in circostanze analoghe.

            Forme latenti di anoressia sono poi l’ossessione da dieta, la ricerca della massa magra tipica del culturismo  (reverse anorexia) e la coazione al podismo: molti sportivi potrebbero essere degli anoressici “controllati”.

            La bulimia consiste invece in ricorrenti abbuffate (almeno due alla settimana, per tre mesi consecutivi), importanza data all’aspetto fisico per l’autostima, eventuali condotte compensatorie (digiuno, esercizio fisico, diuretici, lassativi, enteroclismi e vomito) ma senza la magrezza dell’anoressia, né la paura di ingrassare o l’alterazione del sé corporeo.

            La bulimia va distinta dalla semplice obesità attribuibile, piuttosto, a una alimentazione incontrollata.

            L’anoressia fu per la prima volta descritta da Lasegue e da Gull nel 1873, poi da Charcot, Tourette e Janet tra il 1889 e il 1911, da Berkman a partire dal 1930 e infine da Bruch, Crisp e Russel nell’ultimo cinquantennio.

            Ma è stata la Palazzoli (1916-1999) ad aver dato la prima spiegazione a nostro avviso convincente delle cause di questo disturbo. L’anoressia non sarebbe imputabile a fattori biologici, ma a un clima familiare talmente “indigesto” da non poter essere “assimilato” dal giovane.

            La Palazzoli pone la conflittualità latente tra genitori alla base del “rigetto”, nella forma simbolica del nutrimento, dei modelli familiari  anch’essi dati per crescere, ma avvertiti come falsi ed ipocriti. Colpite sarebbero soprattutto le adolescenti, prese nel triangolo edipico tra una figura paterna spesso marginale e una madre ritenuta esigente e accentratrice. La figlia rifiuta la madre in quanto cibo richiamando l’attenzione del padre; il digiuno diviene presto una sorta di “sciopero della fame” per mezzo del quale farsi sentire e, attraverso il ricatto, volgere a proprio favore gli equilibri e le alleanze familiari

            A nostro modo di vedere le cose, il corpo diviene terreno di rappresentazione di uno spazio vitale che il giovane stenta a conquistarsi nel ginepraio degli attriti familiari: se ingrassa è per appropriarsene, se dimagrisce è per dimostrare che può farne a meno. Ciò avviene perché il nutrimento affettivo, materno, della famiglia viene vissuto come oppressivo, mentre l’aspetto paterno della regola è percepito distante e incoerente.

            Un approccio psicofarmacologico può rendersi necessario laddove manchi assoluta consapevolezza delle condizioni fisiche raggiunte ma, a lungo termine, solo una psicoterapia a carattere familiare può aiutare a sciogliere i nodi di una conflittualità della quale i genitori possono non essere pienamente coscienti.

           

 

 

 

 

 

 
 
 

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