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Psicoterapia e Mediazione Familiare

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Psicofarmaci

 

            Troppo spesso la psichiatria considera i disturbi psichici esclusivamente come una malattia che è possibile trattare con dei farmaci. Alla base di questo pregiudizio, troviamo la nozione tipicamente medicale di”organo”: se anche il cervello è un organo, quando si ammala può essere curato. Così come il fegato produce la bile e il rene l’urina, il cervello “secernerebbe” pensieri i quali, se non conformi alle aspettative, dovrebbero essere ricondotti a parametri di normalità.

            Per quanto assurda, questa forma di riduttivismo scientifico si è imposta sia alimentando, nei pazienti, l’illusione del farmaco come panacea ad ogni male, sia gonfiando a dismisura il prestigio e l’onnipotenza terapeutica dei medici.

Nella pratica, questa mentalità è servita solo ad alimentare il mercato farmaceutico fino al punto di collasso, quando ci si è accorti che le spese sostenute dalla sanità per i farmaci mutuabili erano eccessive, a fronte di trattamenti più economici, come ad esempio la psicoterapia, una forma di intervento fondata sulla sola parola. E’ per questo motivo che, nell’attuale periodo di crisi economica, vengono finalmente riesumati concetti quali la relazione terapeutica, il rapporto tra medico e paziente, il vissuto dell’individuo.

Ma i punti deboli della teoria organicista, quella cioè che pretendeva di attribuire la causa dei disturbi psichici a una disfunzione del cervello, sono sempre stati evidenti.

In primo luogo, la prescrizione indiscriminata di prodotti persino ai bambini, senza tener conto che una loro sofferenza psichica potesse derivare anche da problemi familiari più o meno evidenti. Per inciso, il precoce impiego di psicofarmaci può rappresentare un  pericoloso viatico verso forme più perniciose di dipendenza da sostanze.

Secondo, il misconoscimento del libero arbitrio, in ragione del quale non è detto che una persona debba essere ritenuta malata solo perché non la pensa come gli altri. La norma non coincide necessariamente con la media e non è detto che un modo di pensare normale debba essere per forza mediocre, cioè ordinario.

Terzo, la confusione tra i concetti di mente e cervello, essendo la mente l’insieme dei nostri pensieri, ivi compresa l’identità come idea che abbiamo di noi, mentre il secondo altro non è che il supporto materiale che li rende possibili. Fraintendere l’una con l’altro equivarrebbe a scambiare l’immagine raffigurata in un  quadro con la tela e i colori, il simbolo con l’oggetto che lo rappresenta, ciò che noi siamo con la condizione necessitante del nostro essere.

Non da ultimo, il concetto stesso che il sintomo non possa avere una spiegazione esistenziale o persino uno scopo, come quello di spingere una persona a risolversi per migliorare, non aiuta chi sta male, né è di interesse per chi cura. Il sintomo potrebbe essere un segnale che ci avvisa di un qualcosa nella nostra vita che ci ha fatto o ci sta facendo soffrire. Spengere questo segnale non sarebbe allora la soluzione. Per tutti questi motivi, noi usiamo i farmaci solo se necessario: quando il paziente non desidera impegnarsi in una più costruttiva psicoterapia, nelle fasi preliminari di questa e, infine, nei casi più urgenti. In queste circostanze, è nostra coscienza segnare una cura secondo le conoscenze più attuali, unite all’esperienza ultracinquantennale del nostro esercizio medico, fondato da mio padre, Priamo Mancini, neuropsichiatra già negli anni Cinquanta.

Da ancor prima che fossero in auge concetti quali la privacy e il consenso informato, sia io che mio padre prima di me abbiamo sempre religiosamente serbato il segreto professionale e fornito al paziente quante più informazioni possibili circa il suo stato clinico e i farmaci da impiegare.

Il nostro è un approccio olistico, che cioè tiene conto sia di ogni aspetto della malattia, sia delle potenzialità di guarigione insite nel paziente. Far leva su queste capacità rappresenta, per noi, la più autentica possibilità di guarigione dell’individuo, da considerarsi non già come semplice “paziente”, etimologicamente inteso quale “oggetto” che “patisce” l’intervento del medico, bensì come un “soggetto” che “agisce” autonomamente in funzione di uno scopo da ritrovare, dopo che la malattia lo aveva privato della speranza e della forza di vivere.

 

 

 

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