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ansia e depressione

Depressione, ansia e attacchi di panico sono condizioni di tristezza, preoccupazione e paura che sono consegnate all'ambito "clinico" perché la loro gravità non è spiegabile con alcuna motivazione plausibile. Nessuno saprebbe ad esempio spiegarsi perché una persona sia disperata senza motivo e, allora, la medicina organicista invoca, per così dire, il "guasto meccanico", asserendo che il cervello è "danneggiato", oppure che è "nato difettoso" e, purtroppo, "non funziona" come dovrebbe.

In realtà, questo materialismo così dogmatico, spersonalizzante e stigmatizzante, anche se poggia su indubbi fondamenti scientifici ed è disimpegnante per tutti, tra medici e "pazienti", appare alquanto sospetto, per via degli interessi della psicofarmacologia che sostiene. Infatti, se un qualsiasi disturbo psichiatrico è organico, cioè materiale, appare più semplice correggerlo usando dell'altra materia, quella dei farmaci.

È quello che si fa a una macchia con il detersivo. Eppure, quella macchia non viene dal di fuori ma l'ha provocata la mente dentro di noi e, siccome la mente segue pur sempre una logica, quella non si è prodotta per caso e, forse, nemmeno è una macchia, ma è l'immagine di qualche cosa.
Il sintomo è la somatizzazione di quel "qualche cosa" che la mente non è capace di esprimere. Per sciogliere la macchia, bisogna sciogliere l'enigma del sintomo, tradurlo cioè in simbolo della mente e fornire a quest'ultima, non già solo al corpo che ha parlato in sua vece, ciò che le serve per poter stare bene.
È un percorso talora lungo e faticoso, ma di grandissima soddisfazione, durante il quale l'uso di psicofarmaci dovrebbe servire solo a lenire il dolore, non già a evitarne l'impegno risolutore.

Nel "Mito della Caverna", Platone esprime benissimo questi concetti. Una folla di uomini e donne giace incatenata in una caverna, sì da poterne vedere, nella oscurità quasi assoluta, il fondo soltanto.

Quivi, proiettate dalla luce che proviene dall'ingresso alle loro spalle, delle ombre si muovono. Poiché gli incatenati non hanno mai visto nient'altro nella loro misera vita, essi sono convinti che quelle ombre siano gli oggetti reali. Ma ecco che uno di loro si libera, si volge verso l'ingresso ed esce dalla caverna!
Dapprima, all'aperto, la luce lo abbaglia poi, però, distingue gli oggetti dei quali ora capisce che quelle che prima vedeva erano soltanto le ombre. Infine, alza gli occhi e si perde nella luce del sole, altissimo sopra ogni cosa.

Potremmo dire che una storia è solo fantasia, così come un sintomo è solo qualcosa che non va. Invece, interpretiamo il mito come forse farebbe oggi Platone. La folla siamo tutti noi, la caverna è la società del progresso, le catene sono quelle di montaggio al lavoro, l'oscurità è l'ignoranza, il fondo uno schermo mediatico ove contempliamo beati una fiction!

Chi è mai colui che si libera?

In questo schieramento sociale invertito, mi piace credere che sia uno fra gli altri, lì dentro, che stava male perché il più normale di tutti. Altrove non si dice che infatti è "beato chi è ultimo"?
Accogliendo questa logica del paradosso, forse allora una depressione, un'ansia, un attacco di panico oppure qualsiasi altro "disturbo mentale", non è solo una macchia da celare o da cancellare, ma il segnale della necessità di una svolta. Ed è questa allora la causa necessitante il disturbo che la medicina non intendeva trovare: il disagio per il bisogno di un cambiamento.

Auguro a quanti vogliano affrontarlo con noi, come guide e compagni, che, alla fine del viaggio, li colga in pieno volto la luce del sole.

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