Razzismo e omofobia

“NEGRO” E “FINOCCHIO” - Rithcard Wright, nel suo romanzo “Paura” (“Native Son”) del 1940, spiegava come il razzismo finisse con l’inscrivere, nel cuore della gente nera d’America, una seconda natura paranoica e violenta [proclamata oggi dalla musica Rap e da quella Hip Hop] la quale natura, nel romanzo “Uomo Invisibile” (“Invisible Man”) del 1952, Ralph Ellison nel suo messaggio marxista scatenava contro i Bianchi padroni.

Il razzismo fu una vera e propria fucina di rabbia, vergogna e disperazione e il suo impatto sulla coscienza di razza dei Neri è trattato in moltissime pellicole del calibro di “Fa’ la Cosa Giusta” (“Do The Right Thing”, 1989) di Spike Lee, “Lo Specchio della Vita” (“Imitation of Life”, 1959) di Douglas Sirk, e la “Macchia Umana” (“The Human Stain”, 2003) di Robert Benton, solo per fare un esempio.

[Questi ultimi due film sono oltretutto alquanto affini al nostro “Green Book”, perché i protagonisti dell’uno e dell’altro sono costretti a vivere una vita finta, alienata (una “imitazione di vita”, per l’appunto) poiché, essendo mulatti, si spacciano per bianchi pur di affermarsi].

Ma cosa è il “green book”? È una “guida turistica per soli negri” ai locali nei quali, negli Stati sudisti d’America degli anni Sessanta, i non-bianchi avevano accesso. [Era questo il regime di apartheid sul quale Barack Obama, neoeletto presidente nel 2009, ironizzò dicendo che «anni fa un Nero alla Casa Bianca sarebbe entrato solo come cameriere». Si vedano a tal riguardo “Un Maggiordomo alla Casa Bianca" (“The Butler”, 2013) di Lee Daniels e “Indovina Chi Viene a Cena?” (“Guess Who’s Coming to Dinner”, 1967) di Stanley Kramer, riflessi di un’America ipocritamente civile, liberale e democratica].

Venendo finalmente a “Green Book” di Peter Farrelly (2018), in una trama simile a “Quasi Amici” di Nakache & Toleadano (“Intouchables”, 2011) ma a parti invertite, il Nero ricco offre lavoro al Bianco povero. Il primo è un compositore-pianista di successo in cerca di un autista-bodyguard, il secondo un cameriere-autista-buttafuori in cerca di occupazione [situazione che ricorda la relazione impossibile tra la principessa black-music Whitney Houston e il cenerentolo bianco Kevin Costner nel film “Guardia del Corpo” (“Bodyguard”, 1992) di Mick Jackson].

È storia vera che il musicista Don Shirley sfidò il razzismo inoltrandosi nel Sud in una tournée coraggiosa del 1962 fin dove anni addietro il grande Nat King Cole era stato cacciato a botte dal palco perché osava interpretare (meglio) la musica dei Bianchi [chi non conoscesse King Cole, si ascolti il duetto virtuale con la figlia Natalie Cole in “Unforgettable”: letteralmente indimenticabile!]. l’Italoamericano Tony Lip, nel film come accadde davvero, scorta dunque l’Afroamericano Don Shirley e tra i due si instaura un rapporto dove l’uno è il negativo dell’altro.

La white-side del Nero è il talento, la cultura, lo stile, la ricchezza e il successo, cui fanno da contrappasso la basicità, l’ignoranza, la noncuranza, l’indigenza e la condizione ordinaria del Bianco. Tuttavia quest’ultimo è un uomo perfettamente integrato e benvoluto nella sua Little Italy newyorkese, devoto uomo di famiglia, psicologicamente risolto.

La black-side di Don è piena invece di psicologiche contraddizioni. Come lui stesso ammette “addestrato” dai Bianchi a suonare la loro musica per farli sentire colti e importanti, si è alienato alla cultura e alla condizione dei Neri, così vivendo da disadattato sia presso gli uni che presso gli altri. È separato, non vede il figlio e, come se non bastasse, è pure omosessuale, in un’America dove le “leggi contro la sodomia” permarranno negli Stati del Sud fino al 2003 (lo credevate impossibile?).

Il film ha un lieto fine che qui non si vuol spoilerare ma, a sostegno dei tanti che vengono ancor’oggi discriminati, riportiamo questo potente sfogo di Don, urlato all’amico Tony sotto una drammatica pioggia battente: «Se non sono Nero abbastanza, se non sono Bianco abbastanza e se non sono uomo abbastanza, dimmelo tu che cosa sono!».

Un grido disperato che risuona come un’accusa contro la cultura etero-bianca dell’emarginazione, messo in musica da un altro gay-pianista-compositore, Joe Jackson, nella canzone “Real Men” (“Veri Uomini”, sic, 1982) che vi si invita ad ascoltare.

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